sabato 28 dicembre 2013

Philomena



Philomena mi rimarrà sempre nel cuore. Perché è un film fantastico?, vi starete chiedendo voi. Certo che lo è. Ma non lo dimenticherò mai perché ieri sera, subito dopo aver comprato il biglietto del cinema, dopo quasi due mesi di tentativi e di soldi buttati via alle infernali macchinette che acchiappano i pupazzi... HO VINTO UN MINION!!!

Io all'UCI di Campi Bisenzio, incapace di trattenere la gioia.
 Chiedo scusa per la mia brutta faccia, ma dopo mesi di tentativi, ho seriamente bisogno di vantarmi di questo magnifico evento. Il piccolino sta bene, pesa 2 Kg e ho deciso di chiamarlo Quindici, come gli euro spesi (e i neuroni perduti) per riuscire ad accaparrarmelo.

Ma basta con le boiate, e mettiamoci a parlare del film. Cosa dire di Philomena? Comincerò descrivendolo come una pellicola di produzione inglese, ambientata fra l'Irlanda, il Regno Unito e gli USA. Il film ha vinto il Premio per la miglior sceneggiatura alla Mostra internazionale d'arte cinematografica a Venezia, più altri vari premi, quindi ci aspetterebbe una grande palla... E invece no, ve lo assicuro. Il film è serio ma non pesante. Fa riflettere e piangere, ma anche sorridere.

Ispirato alla storia vera di Philomena Lee, la vicenda narra della ricerca, durata 50 anni, del proprio figlio da parte di una donna irlandese. Quando Philomena (Sophie Kennedy Clark) è ancora una ragazzina, rimane incinta e viene costretta dal padre a rifugiarsi nel convento di Roscrea, contea di Tipperary, alias in mezzo al niente. Cosa facevano qui le suore alle ragazzine? Le trattavano come delle poco di buono, convincendole di essere delle vergognose peccatrici, le lasciavano partorire tra insulti e dolore, dopodiché le obbligavano a lavorare per 4 anni al convento per ripagarsi le "spese mediche". E i loro bambini? Potevano vederli soltanto per un'ora al giorno.


Concordo, queste vecchie suore andrebbero soltanto prese a schiaffi. Oltretutto perché VENDEVANO i bambini a coppie di facoltosi Americani, senza dire niente alle madri naturali.

Dopo 50 anni Philomena (Judi Dench) è ormai un'anziana signora che vive con la figlia Jane (Anna Maxwell Martin) in Inghilterra. Ha cercato di scoprire che fine avesse fatto il figlio perduto per anni, ma ha sempre incontrato un muro da parte delle suore del convento. Martin Sixsmith (Steve Coogan) è un ex giornalista inglese della BBC, che ha appena perso il suo lavoro. Si appassiona quindi al caso di Philomena, e decide di partire con lei alla ricerca del figlio perduto.

Il film è ovviamente straziante, ma anche acuto e persino divertente, in alcuni punti. La tensione è smorzata dalle gag create dalle profonde differenze tra la donna e il giornalista. Lei è ignorante, una fervente cattolica terribilmente buona e con un cuore enorme, sempre disposta al perdono. Martin è invece ateo, disincantato e cinico, tuttavia si appassiona alla vicenda di Philomena, e alla fine riesce ad ammirare la bontà e la semplicità della donna.


La recitazione è a dir poco fantastica. Judi Dench dà il meglio di sé, e riesce a trasformarsi da perfetta lady inglese, ad un'altrettanto perfetta signora irlandese poco istruita. Questa donna non la smette mai di stupirmi per la sua bravura, e a 79 anni potrebbe ancora dare le paste a tantissimi colleghi più giovani.
Steve Coogan non è da meno e si cala benissimo nei panni del giornalista Martin. Ma una nota di merito va alla scozzese Sophie Kennedy Clark, che interpreta Philomena da ragazzina. Il dolore che le si legge negli occhi quando il piccolo Anthony viene portato via è così reale da farci immedesimare perfettamente nel personaggio.

Adesso arrivano i commenti personali. Che dire? Pensavo che gli Inglesi avrebbero letteralmente messo in ginocchio gli Irlandesi, mostrandoli come un popolo arretrato e iper cattolico
Devo dire che, da bravi Britannici, sono stati piuttosto politically correct. Le critiche sono rivolte al cattolicesimo e alle istituzioni religiose, più che all'Irlanda come Paese. Philomena non vuole aprire gli occhi neppure davanti alle enormi ingiustizie che ha dovuto subire, ma nonostante questo è un personaggio positivo e più equilibrato del colto e ateo Martin.
Che poi, va detto, è tutto molto relativo. Per noi Italiani l'idea che una donna anziana sia un po' ignorante, legga solo storielle d'amore e sia molto ingenua, non è così strano. Penso che il 90% della generazione degli ultra 70enni italiani sia così. E menomale, no? Di spocchiosi ce ne sono fin troppi, un po' di sana semplicità è sempre apprezzata.

Il film è stato accusato - ovviamente - di essere anti-cattolico, e in effetti un po' lo è. Ma come non esserlo davanti ad una simile ingiustizia? Pensare che negli anni '50 i bambini venissero strappati dalle braccia delle madri e venduti e indubbiamente atroce. 
Tuttavia rimane un film unico, bellissimo e tristissimo allo stesso tempo. Assolutamente da vedere. Magari non dopo una giornata triste o rischierete il suicidio!

Voto finale: 8.5\10







martedì 24 dicembre 2013

Frozen - Il regno di ghiaccio


Chiedo scusa ai miei 3 lettori (ah, come siamo Manzoniani oggi!), ma tra tesi, ricerca dei regali, operazione agli occhi della sorella e lavoro come promoter sono stata piuttosto occupata, e non ho aggiornato il blog per un bel po'.
Va detto che in questi venti giorni non ho visto grandi film degni di nota, ma ierisera sono stata al cinema per il tradizionale film Disney di Natale, e quindi come sottrarmi ai miei doveri di recensitrice? (Perdonate il neologismo inventato sul momento).

Frozen - Il regno di ghiaccio è il 53° classico Disney, prodotto dai creatori di Rapunzel. Ciò è facilmente intuibile dai disegni, che sono molto simili a quelli di Rapunzel. I disegnatori si sono addirittura divertiti ad inserire un cameo della stessa Rapunzel e di Flynn, mentre passeggiano per il regno durante il giorno dell'incoronazione di Elsa.


Ma veniamo alla trama: buonista, romantica e divertente come per ogni buon film Disney che si rispetti. La principessa Elsa, del regno di Arendelle (un immaginario regno dell'antica Scandinavia) è nata con il potere di manipolare e creare la neve e il ghiaccio. Dopo un incidente avvenuto da bambina, che ha quasi costato la vita della sorellina Anna, i genitori di Elsa decidono di tenere la bambina isolata dal mondo esterno, e di convincerla a limitare e controllare il suo potere il più possibile. 
Arrivata alla maggiore età Elsa è costretta a mostrarsi in pubblico per la sua incoronazione a regina, ma la situazione le sfugge di mano, e la principessa decide di scappare via sulle montagne, dove potrà dare libero sfogo ai propri poteri. Peccato che questi creeranno un inverno perenne nel regno. A questo punto entra in scena la maldestra sorella minore Anna, che decide di andare a recuperare la sorella per riportarla indietro e chiederle di interrompere la maledizione. Nel suo viaggio Anna incontrerò il boscaiolo Kristoff, la renna Sven e il pupazzo di neve Olaf, e insieme a loro cercherà di portare a termine la propria missione fra gag divertenti e momenti di crescita.


L'ambientazione è spettacolare: i disegnatori hanno dato il meglio di sé con le scene del ghiaccio. Devono avere studiato la neve per mesi ad occhio e croce, perché hanno reso ogni singolo effetto in modo magistrale. I paesaggi sono squisitamente scandinavi: oserei dire norvegesi. Dai fiordi, ai nomi nordici, (al padre biondo con i baffetti!), alla menzione del glog... Tutto il film sa di Scandinavia. Sono certa che Andersen, da una cui fiaba è stata tratta la pellicola, lo apprezzerebbe.
 Il film dura 108 minuti e scorre velocemente (forse persino un po' troppo), ed ha un'unica grande pecca: i personaggi cantano veramente troppo. So che è normale e che nei film Disney è sempre così, ma non riesco proprio a farmene una ragione.
La canzone portante della colonna sonora è stata cantata da Demi Lovato, nell'originale, e da Martina Stoessel, l'attrice che interpreta "Violetta", nella versione italiana e spagnola. Buona idea forse per la versione spagnola, non molto per quella italiana. Per quanto possa essere brava questa ragazza (non ne ho idea, è la prima volta che la sento nominare) non è italiana, e la sua inflessione si sente fin troppo. Ne abbiamo di cantanti, e fatele cantare a loro le canzoni in italiano, no?



Una nota particolare va al pupazzo di neve Olaf: amante dell'estate e simpaticissimo, peccato che appaia soltanto dal II tempo in poi! 


Ho apprezzato l'evoluzione fatta dalla Disney: non soltanto per la prima volta abbiamo una principessa un po' "vecchiotta" (al momento dell'incoronazione Elsa ha addirittura 21 anni, una pensionata per gli standard Disney!), ma addirittura viene contemplata l'idea che innamorarsi più di una volta nella vita sia possibile, persino per le principesse. E che conoscere qualcuno e sposarlo il giorno dopo poteva essere un buon insegnamento negli anni '20, non adesso. Ma soprattutto: l'amore non è soltanto quello romantico. Esiste quello fra familiari, che può salvare tanto quanto un bacio del "vero amore". Che magnifica lezione di vita!


E che dire del cortometraggio pre-film, "Get a horse"? Un tuffo indietro ai tempi in cui Topolino&friends erano soltanto degli animaletti stilizzati in bianco e nero, per poi catapultarci alla visuale dei giorni d'oggi, a colori, tridimensionale e con tanto di Orazio munito di Smartphone. Davvero geniale!


Chissà cosa avrebbe detto quel buon vecchio massone di Disney se avesse potuto vedere le evoluzioni della tecnologia e della Disney stessa, a tanti anni di distanza. Già mi immagino la scena: la signora Disney (sempre che ne esistesse una) che lo chiama al telefono per avvertirlo degli incassi del nuovo film 3d di Natale e lui che risponde alla Checco Zalone style: "Scusa tesoro, ora non posso, sto entrando in massoneria!". 

Bè, scemenze a parte sono sicura che apprezzerebbe.

Voto finale: 8\10

sabato 30 novembre 2013

Hunger Games: La ragazza di fuoco - The Hunger Games: Catching Fire



Dopo una lunga attesa di un anno e mezzo, lo scorso martedì 27 novembre il secondo capitolo di Hunger Games, La ragazza di fuoco, è finalmente uscito nelle sale. 

Ad essere completamente sincera, devo essermi persa da qualche parte il momento in cui Hunger Games è diventato un fenomeno esagerato da ragazzini. Cioè, lo sapevo, ma non immaginavo così tanto. Sul web è addirittura scattata la moda di postare le foto dei biglietti del cinema appena comprati, con tanto di ashtag #LaRagazzaDiFuocoAlCinema.

                   

Queste sono soltanto due delle centinaia di foto che i fan hanno postato sui Social Network. E non è finita qui. Allo spettacolo delle 21:15 la sala era infatti piena di ragazzini che applaudivano, ridevano, piangevano, fischiettavano il motivetto della Ghiandaia imitatrice e alzavano le tre dita, segno di saluto nei distretti (e nei boy scout, ma lasciamo stare).
Cosa dire del film? Ovviamente è stato favoloso, proprio come il trailer e tutto il marketing pre-uscita avevano lasciato intendere. 

La trama ricalca fedelmente quella del libro, il film ha il merito di presentare soltanto alcune differenze da quest'ultimo.
Dopo la fine degli Hunger Games, Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) vuole soltanto essere lasciata in pace e condurre una vita normale, nel suo Distretto 12. Purtroppo gli abitanti dei distretti di Panem hanno preso il suo tentativo di salvarsi la vita nell'arena come un evidente attacco a Capitol City, e hanno cominciato a ribellarsi a loro volta. Il Presidente Snow (Donald Sutherland) decide quindi di togliere la minaccia della "Ragazza di fuoco" attraverso un'edizione speciale degli Hunger Games, che riporti tutti i vincitori ancora in vita di nuovo in campo, per un nuovo scontro mortale.

   
Peeta e Katniss durante il "Tour della memoria" nel Distretto 11
La storia è molto seria, ben strutturata e piacevole. Il clima di angst che si respira per tutta la durata del film è reso ancora più credibile dalle incredibili performance dei due protagonisti, Jennifer Lawrence e Josh Hutcherson (Peeta Mellark), sempre più bravi e credibili nel ruolo ruolo di "innamorati sventurati". 
Notevoli anche le interpretazioni delle new entry Sam Claflin (Finnick Odair) e Jenna Malone (Johanna Mason).
Oltretutto il film finisce "a metà", lasciandoci una gran voglia di vedere il seguito al più presto, per capire come andrà a finire la storia.

Finnick, Katniss, Peeta e Johanna


Dopo il successo del primo Hunger Games è stato investito il doppio del capitale in questo secondo capitolo (150 milioni di dollari), e sembra che la Lawrence abbia ottenuto il quadruplo della paga. Infatti è lei la protagonista indiscussa della vicenda, ma anche della pellicola stessa: è ancora più bella, espressiva e letale. Nonostante il suo personaggio sia a dir poco insopportabile, Jennifer Lawrence è uno dei motivi per cui lo spettatore riesce a stare due ore e mezzo incollato allo schermo. Sembra infatti che oltre che bellissima e talentuosissima, Jennifer sia anche simpatica e umile. Alla prima del film, a novembre al festival internazionale del cinema a Roma, si è detta piacevolmente stupita dall'appoggio dei fan italiani. Di seguito ecco parte del cast con il regista Francis Lawrence, proprio a Roma durante l'evento:


La colonna sonora ufficiale del film è "The Hunger Games: Catching Fire – Original Motion Picture Soundtrack", e contiene opere di vari artisti molto famosi, fra cui i Colplay (il loro brano Atlas è stato rilasciato a settembre ed ha raggiunto il 12° posto nelle classifiche inglesi), Christina Aguilera, i The Lumineers e addirittura Patti Smith.

Una pecca nel film? Sì, la possiamo trovare, anche se non si tratta tanto di un problema della pellicola, quanto di un difetto della storia e del libro stesso. La scrittrice Suzanne Collins è caduta nella trappola del triangolo amoroso, tanto di moda nelle serie TV e nei film alla Twilight
Katniss si destreggia infatti - in modo a dir poco ambiguo - fra l'amico d'infanzia Gale (Liam Hemsworth, il "fratellino" di Thor) e il compagno di Hunger Games Peeta, dispensando baci a destra e a manca senza mai veramente esporsi.  
Così dobbiamo abituarci a vederla mentre considera sia l'uno che l'altro, sforzandoci di non odiarla troppo!

Katniss: "Allora, ci facciamo Peeta...

... o Gale? Ma sì, tutti e due!"

... Ma che cavolo Katniss, deciditi!

Poco realistico anche il fatto che la storia d'amore fra due sedicenni possa essere così importante per tenere in piedi un intero sistema. Ma si sa, è una storia da ragazzi e a noi piace comunque così.

Nel frattempo la guerra dei fandom è scoppiata su Internet, e i vari shippers si stanno scannando a colpi di gif e foto dei baci più belli. Per chi pensa che stia parlando Turco, ecco una piccola lezioncina.

Con "ship" si intende una coppia. In questo caso ci sono i sostenitori (gli shippers) di Katniss e Peeta e quelli che invece preferiscono Katniss con baby-Thor, Gale. 
Non so quando questi termini siano nati, forse subito dopo il Big Bang e la nascita della vita negli oceani, comunque i sostenitori di coppie diverse si scannano a colpi di insulti e gif animate. Di solito gli shippers di una coppia prendono il nome dalla fusione dei nomi dei due personaggi. 

Nel caso di Katniss Everdeen e  Peeta Mellark si chiamano Everlark (indovinate perché non hanno scelto i nomi... Eh sì, Peenis sarebbe stato un po' di cattivo gusto). Per quanto riguarda Gale e Katniss giuro di averli cercati ovunque, ma non sono riuscita a trovare il nome. Insomma, questi ragazzi si scannano e premono per la propria coppia, e tanto metà di loro sa già come va a finire, perché l'ultimo libro è uscito da un pezzo. Quindi: qual è il senso? Soltanto un po' di sano (?) intrattenimento, penso.

Inoltre è ovvio che il film parla di un futuro distopico, e che vorrebbe concentrarsi su qualcosa di diverso del triangolo amoroso: i temi principali dovrebbero essere la ribellione, il coraggio, l'oppressione
Ma è così facile attrarre il grande pubblico con questi mezzi, e in fondo il "triangolo" è uno degli elementi principali anche dello stesso libro. 

This isn't fucking TWILIGHT.

Ps. 
Mentre sto qui a fare la brava e a dare lezioncine ai miei lettori, tengo già spudoratamente dal 1° libro (nemmeno troppo in segreto) per una delle due coppie. Quindi so much shame on me.


Ragazzate e battute a parte... Un film da vedere? No, un film da mangiarsi con gli occhi. Correte al cinema, se non ci siete ancora andati. Per il sequel dobbiamo ancora aspettare un anno, quindi... Meglio godersi Catching Fire, per il momento.

Voto finale: 9\10


lunedì 25 novembre 2013

Thor: The Dark World


Non sono una grande fan della Marvel e dei film dei supereroi in generale, ma sono platonicamente innamorata di Natalie Portman dai tempi di “Star Wars - La minaccia fantasma”. Dopo il mio Erasmus in Svezia sono anche abbastanza interessata alla mitologia norrena e a tutto ciò che ha a che vedere con i Paesi nordici. Questi sono i motivi per cui sono andata a vedere Thor, due anni fa, e per cui sono tonata a vedere il sequel, qualche sera fa.

Non avevo grandi aspettative, ma tutto sommato il film mi è piaciuto. Chris Hemsworth (Rush, Quella casa nel bosco) è un valido attore, Natalie Portman si sa, è bravissima e bellissima, e Stellan Skasgård (King Arthur, L’esorcista - La genesi, Pirati dei caraibi) è un’altra sicurezza. Aggiungiamo il fatto che Odino è interpretato da Anthony Hopkins e che Loki è il simpaticissimo Tom Hiddleston, che è riuscito a rendere il suo il personaggio preferito della saga al posto di Thor, e il gioco è fatto. Abbiamo un ottimo cast, personaggi amati e effetti speciali favolosi. La campagna di marketing è stata inoltre eccezionale, con tanto di comparsa di Tom Hiddleston nei panni di Loki al Comic-Con di San Diego. Inutile dire che film ha incassato quasi 200 milioni di dollari soltanto in nord America.

La trama non presenta grandi novità rispetto al film precedente. La minaccia per Asgard e per la Terra non è più presentata da Loki, ma dagli Elfi Oscuri, che vogliono impossessarti dell’Aether, un materiale fluido con delle proprietà oscure. Loki si trova nelle prigioni di Asgard, destinato a scontare la sua pena con una reclusione eterna. Mentre Thor e i suoi compagni sono impegnati a riportare la pace nei nove mondi, Jane Foster (Natalie Portman), il vecchio amore terreste di Thor, entra per puro caso in contatto con questa sostanza. Il dio del tuono decide quindi di far ritorno sulla Terra, in modo da salvarla. Nel frattempo il perfido Malekith e il suo campare Algrim decidono di voler entrare il possesso dell’Aether, in modo da portare a termine il loro antico piano e distruggere l’intero universo. Questa situazione caotica porta ad un improbabile patto fra Thor e Loki, che decidono di sfidare gli Elfi Oscuri in prima persona, in modo da salvare sia Asgard che Jane.
La storia quindi non è particolarmente originale, ma è senza dubbio piacevole, tanto che le quasi due ore del film trascorrono molto velocemente. Loki risulta - come sempre - molto più simpatico del fin troppo perfetto Thor, e le sue battute mentre fugge da Asgard con il fratello sono unno dei momenti più divertenti di tutto il film ("Complimenti... Hai appena decapitato tuo nonno!"). Da sottolineare anche le simpatiche gag fra i Terrestri (geniale la performance dello svedese Stellan Skasgård), che riescono ad alleggerire il tono del film con qualche sana risata.

Un’attenzione particolare va prestata ai titoli di coda: questa volta la Marvel ci delizia con ben due scene finali. Quindi mi raccomando: aspettate la fine di TUTTI i titoli di coda, a costo di farvi cacciare via dalla maschera del cinema… Ne vale veramente la pena!
Ma state molto attenti anche ai titoli di coda stessi. Il modo in cui sono stati realizzati, con delle false pennellate che mostrano il volto stilizzato degli attori, mi è piaciuto moltissimo.

Vi lascio con questo video speciale, di quel mito di Tom Hiddleston che si cala fin troppo seriamente nei panni di Loki al Comic Con di San Diego… Che uomo!




Voto finale: 8\10  

venerdì 15 novembre 2013

Jobs


Steve Jobs era un genio, e tutti i geni sono un po’ stronzi, si sa. Ma li perdoniamo perché il loro essere geni va oltre ogni altra questione. Questo è più o meno il messaggio che il film Jobs lascia intendere agli spettatori.

Prima di andare avanti con la recensione è bene mettere in chiaro il mio punto di vista: non sono una grande fan della Apple, anzi. Ho un Ipod vecchio e mi limito a guardare con aria di superiorità\invidia tutti gli altri dispositivi Apple che non potrò mai permettermi: Iphone, Ipad, Mac e così via. Penso di essere come la maggior parte dei fan Apple, ma con una consapevolezza di base: vorrei avere un Mac o un Iphone perché sono fighi, ma non mi servirebbero poi a molto. E l’idea di dover pagare i prodotti Apple il doppio degli altri soltanto perché hanno una mela disegnata sopra mi indispone un po’. (Nonostante questo se mai vi venisse voglia di regalarmi un Iphone o un Mac non preoccupatevi, passerò dalla parte del nemico e mi venderò come un mercenario da pochi soldi. Insomma, lo accetterò volentieri).

Il film ripercorre la storia di Steve Jobs da quando, ancora ventenne, decise di abbandonare gli studi , fino al 2001, quando lanciò l’Ipod e rese la Apple una delle società più quotate in borsa. I personaggi sono tutti ben delineati, e le due ore di film trascorrono incredibilmente veloci. È stato bello capire come i computer siano diventati i dispositivi che sono oggi, e la passione che Jobs (un talentuosissimo Ashton Kutcher) ha messo nel suo lavoro è talmente resa bene da essere quasi commovente. Non starò a raccontarvi la trama, che è la parte forse meno interessante, piuttosto mi concentrerò su alcuni aspetti che mi hanno colpito molto.
Steve Jobs viene rappresentato come ciò che probabilmente era, il pilastro portante della sua stessa azienda, che non aveva alcuna ragione di esistere senza di lui. Il film ha ricevuto alcune critiche ma non è stato considerato troppo negativamente, anche se mi chiedo come si sia espressa la famiglia di Jobs al riguardo. 

Come ho detto all’inizio senza mezzi termini, il protagonista viene infatti descritto come un vero stronzo, iroso, poco leale con gli amici, intestardita nel non voler riconoscere la propria figlia (Lisa Brennan Jobs, interpretata da Ava Acres e poi Annika Bertea) fino a quando questa non compie diciotto anni. L’uomo viene mostrato come incredibilmente sicuro di sé, come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro, ma anche, come l’amico Wozniak (Josh Gad) gli fa notare, terribilmente triste e solo. D’altro canto è innegabile notare come la sua visione sia stata incredibilmente innovativa e come abbia cambiato per sempre il mondo dell’informatica. Le interfacce e i sistemi operativi che oggi conosciamo sono stati tutti partoriti dalla sua formidabile mente e dalla sua ideologia, che vedeva i dispositivi elettronici come delle naturali estensioni del corpo umano. Se pensiamo agli Iphone e agli smartphone in generale, bè, Steve ci aveva visto giusto. La sua lungimiranza è stata incredibile.

La recitazione, la colonna sonora e ogni singola ripresa, bè, tutto è stato studiato nei minimi dettagli per rendere questo film serio e ben organizzato. Ashton Kutcher è davvero bravissimo, e anche i suoi colleghi non sono da meno. Riguardo alla colonna sonora il film ci propone alcuni capolavori rock (House of the Rising Sun, Boots of Spanish Leather) insieme ad altri di musica classica, con addirittura pezzi di Chopin e Bach.
La somiglianza fra gli attori scelti per interpretare alcuni dei protagonisti, e i personaggi reali è incredibile. Vi mostro un paio di confronti per farvi vedere quanto siano simili.

Steve Jobs - Ashton Kutcher
  
Steve Wozniak - Josh Gad
Insomma, un film decisamente da vedere, e ve lo dice una anti-Apple!


Voto finale: 8\10

mercoledì 13 novembre 2013

Questione di tempo (About Time)



Questione di tempo (About Time) è uno di quei filmetti ingannevoli. Sì, perché tu te ne vai sereno e tranquillo al cinema, convinto di vedere una commedia divertente e rilassante ed ecco che ti proiettano un film serio, sentimentalista e anche un po’ triste. Io sinceramente volevo qualcosa di scemo, romantico e divertente. Tantopiù che il trailer recitava: dai creatori di Love Actually e Notting Hill. È proprio vero che ci si può fidare soltanto delle commedie americane!

Questione di tempo è infatti un film di produzione inglese, con tutti gli ingredienti della commedia romantica: un ragazzo imbranato e sentimentale che dalla vita vuole soltanto la possibilità di trovare il vero amore, una famiglia strampalata ma simpatica, qualche gag divertente… Se non che viene inserito un elemento “fantasy” che fa da conduttore di tutta la vicenda: il protagonista Tim (Domhnall Gleeson) all’età di 21 anni, scopre di poter viaggiare indietro nel tempo, in modo da cambiare alcuni episodi della sua vita.
Più tardi Tim si trasferisce dalla Cornovaglia a Londra, e qui, tra divertenti gag che coinvolgono anche il suo “potere speciale”, conosce Mary (Rachel McAdams), che diventa presto la sua ragazza. Il resto del film segue le vicende della vita di Tim, il suo matrimonio, la nascita dei suoi figli, il suo rapporto con la sorella Kit Kat (Lydia Wilson). I viaggi nel tempo restano un’abitudine per Tim, anche per migliorare piccoli aspetti della sua vita.

La morale del film è facilmente intuibile ed effettivamente giusta: è inutile struggersi dietro al passato, la vita va vissuta nella sua normalità, cercando di apprezzarne ogni singolo aspetto, e sforzandosi di accettare anche i momenti più difficili.

La storia è un po’ noiosa (il film dura anche abbastanza, 123 minuti), ma potrebbe essere carina, anche se davvero non capisco perché la pellicola sia stata definita una commedia romantica. Il film è pieno di buoni insegnamenti e sentimenti, ma non fa molto ridere, è anzi molto serio, e di romanticismo (quello in stile americano, facile e divertente) ce n’è davvero poco. Le critiche che gli sono state mosse riguardano soprattutto la scarsa spiegazione tecnica data alla possibilità di Tim di viaggiare nel tempo, ma sinceramente questo aspetto non mi ha molto disturbato. Ci ha già pensato Doc nell’assai migliore trilogia di Ritorno al futuro a spiegarci tutte le folli dinamiche del viaggio nel tempo (mitica DeLorean!), ed è chiaro che le tecniche di viaggio o eventuali incorrettezze non sono così fondamentali per la comprensione della trama. Il film vuole essere buonista, e ci riesce,  ma secondo me manca di quel guizzo di originalità o di brillantezza che avrebbe potuto renderlo veramente un BUON film.

Certo, la recitazione è ottima: il cast è quasi interamente inglese o irlandese, ad esclusione della Canadese Rachel McAdams e di Margot Robbie (Charlotte), che è Australiana, e quasi tutti gli attori vantano una precedente esperienza nel campo teatrale. Anche la colonna sonora è piacevole e molto varia, e vale la pena di citare la presenza della canzone “Il mondo” del nostrano Jimmy Fontana.
Insomma, un film senza infamia e senza lode, accurato e non spiacevole, ma che sinceramente non guarderei una seconda volta.

Voto finale: 6.5\10


martedì 12 novembre 2013

Ender's Game


L’amore a prima vista fra me e Ender’s Game c’è stato circa un mese e mezzo fa, non appena ho visto il trailer per la prima volta. Un film fantascientifico con Harrison Ford: che cosa potevo desiderare di più? Non appena ho scoperto che era stato tratto da un romanzo, Il gioco di Ender, scritto da Orson Scott Card nel 1985, ho ingannato i giorni che mi separavano dall’uscita del film proprio leggendo.

Quando sono andata al cinema per godermi lo spettacolo conoscevo già la trama, e avevo alcune idee ben chiare su cosa aspettarmi. Penso che la maggior parte del pubblico non abbia mai sentito parlare del libro, ma Ender’s Game è un film che si può gustare benissimo anche senza nessuna lettura precedente.

In un futuro non troppo prossimo alcuni ragazzini vengono scelti per addestrati e prepararsi ad una possibile guerra contro ai Formic, alieni che avevano invaso la Terra mezzo secolo prima dello svolgersi delle vicende. 
Ci troviamo da subito a seguire le vicende di Ender Wiggin (Asa Butterfield), un ragazzino apparentemente dodicenne che viene portato via dalla famiglia per essere addestrato al ruolo di combattente. Ender mostra da subito un temperamento forte e acuto, e per questa ragione viene tenuto d’occhio dal colonnello Graff (Harrison Ford) e dal suo sottoposto Gwen Anderson (Viola Davis).
Nonostante sia un po’ troppo violento, Ender è comunque buono e soprattutto estremamente dotato, e per questo motivo viene scelto per essere addestrato in modo speciale su un asteroide un tempo abitato dagli stessi Formic.

A differenza del libro, il film risulta molto più immediato, d’azione e meno psicologico. Asa Butterfield è bravo nel farci intuire i drammi interiori di Ender, che soffre per la mancanza della sorella Valentine (Abigail Breslin) e che non vorrebbe fare del male neppure ai suoi nemici, ma questo aspetto non viene troppo evidenziato nel film.  A differenza del libro viene mostrato però un lato più umano da parte degli insegnanti dei ragazzi, che nonostante siano molto duri con loro,  tengono più presente il fatto che si tratti comunque di essere viventi, e non di semplici macchine da guerra.
Certo, le differenze con il romanzo sono moltissime. Innanzitutto i ragazzini hanno circa dodici anni nel film, mentre nel libro ne hanno fra i sei e i dieci. Inoltre vengono tralasciate molto scene cruente, l'aspetto della forte solitudine di Ender e le vicende politiche che interessano la Terra. Credo che queste scelte siano state fatte in modo da rendere la pellicola adatta anche un pubblico più giovane, e in fondo non sono state totalmente sbagliate.

L’interpretazione degli attori è molto buona nonostante gran parte del cast sia davvero giovane. Ho trovato molto buona la recitazione di Hailee Steinfeld (Petra Arkanian), di Abigail Breslin (Valentine) e di Sulaj Parthasarathy (Alai). Quest’ultimo è talmente sconosciuto che nemmeno Wikipedia in inglese ha una pagina dedicata a lui, ma nonostante questo è in qualche modo spiccato per bravura fra i suoi coetanei.

Un commento a parte per l'accuratezza con cui è stato reso il videogioco "mentale" con cui Ender si allena. Mentre leggevo il libro mi chiedevo come avrebbero fatto a realizzarlo, e il risultato è stato addirittura migliore delle mie più brillanti aspettative.

Che dire, ho davvero apprezzato molto sia la storia che il film. Il finale mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma credo che sia successo perché avevo letto prima il libro, che ovviamente è molto più articolato e ben spiegato. In ogni caso, si tratta di una film decisamente da vedere.


Voto finale: 8.5\10

domenica 3 novembre 2013

Giovani ribelli - Kill your darlings



Premessa indispensabile: sono a casa con la nausea e la febbre a 38.5, e nel mio delirio da malata ho deciso di cambiare l’impostazione delle mie recensioni. Non sarò formale e distaccata, come si richiederebbe ad un giornalista decente, perché mi sono resa conto che mi annoia un sacco scrivere così. Quindi ho intenzione di iniziare a dare il via ad una serie di commenti molto personali, poco politically correct e fastidiosamente sinceri.

Se avete letto il post precedente, sapete già che cosa ne penso di questo film. Se non lo avete letto, vi farò un breve riassunto: l’avevo selezionato attentamente, avevo guardato il trailer, mi ero informata sull’argomento, mi sono spezzata la schiena per riuscire a vederlo perché dopo una settimana in programmazione lo avrebbero già tolto dai cinema e non c’era mai di sera ecc. Tutto doveva essere perfetto per il grande momento. Se non che, il film mi ha fatto piuttosto schifo. Okay, forse ho usato un termine un po’ troppo forte. Il film non è in realtà così orribile, ma lo è stato paragonato alle mie fantasmagoriche aspettative.
Non so perché la Beat generation mi attiri così tanto, quando non sono nemmeno riuscita a finire il libro “Sulla strada” (sì lo so, sono una caprona) e il corrispondente film mi ha a dir poco annoiata. Forse dovrei capire che quel periodo non fa per me, e andare semplicemente avanti.  Ma lasciamo le parentesi tragiche da parte e parliamo del film.

La pellicola è diretta da John Krokidas (eeeeh? No, mai sentito prima) e dura 104 minuti. Devo dire che la prima parte scorre in modo terribilmente lento, mentre la seconda è più piacevole e scorrevole. Come viene subito annunciato dai titoli iniziali la vicenda raccontata è tratta da una storia vera, che ha coinvolto un gruppo di scrittori della Columbia University che poi ha dato il via alla beat generation: la giovane matricola Allen Ginsberg (Daniel Radcliffe, ebbene sì, Harry Potter), il carismatico Lucien Carr (Dane DeHaan), il celebre scrittore Jack Kerouac (Jack Huston), William S. Burroghs (Ben Foster) e David Krammerer (Michael C. Hall). Il giovane Ginsburg vive una situazione familiare opprimente, con una madre instabile di mente e un padre a dir poco assente, e l’ammissione alla Columbia sembra una ventata di aria fresca nella sua triste routine quotidiana. Qui stringerà subito amicizia con Lucien Carr, che lo introdurrà nel suo mondo, fatto di droghe, allucinazioni e voglia di estraniarsi dalle regole formali per dare il via ad una nuova letteratura rivoluzionaria.

Il film è stato super apprezzato dalla critica, forse è per questo che non è piaciuto molto a me. Mi rendo conto che siamo davanti ad una buona pellicola, che gli attori scelti hanno dato prova di un’ottima recitazione, che gli argomenti toccati (il bisogno di libertà, il consumo di droghe, i problemi familiari e l’omosessualità) sono molto seri e importanti, ma purtroppo il film risulta pesante e noioso. Gli aspiranti scrittori parlano spesso nel delirio della droga, con un linguaggio forbito e poco comprensibile, senza in realtà mai dire molto di concreto (almeno così sono suonati alle mie orecchie profane). Tuttavia mi rendo conto che quello era veramente il modo di esprimersi i giovani della Beat, e che doveva essere necessariamente riproposto per avere un film serio che ne ricalcasse fedelmente lo stile.

La chimica che si sviluppa fra Daniel Radcliffe e Dane DeHaan (già visto in tre episodi di TrueBlood e in Chronicle, ma ad essere sincera non l’avevo affatto riconosciuto) è veramente credibile, e questo ci mostra i passi da gigante fatti da Radcliffe dai tempi di Harry Potter. Certo, vedere Harry darsi alla LSD e al sesso è piuttosto sconcertante, ma penso che ci faremo l’abitudine.



Mentre scrivo questi commenti mi rendo spesso conto che la mia opinione a proposito del film che sto recensendo cambia in itinere. Quindi ero partita tanto scocciata verso questa pellicola, per poi rendermi conto che mi ha soltanto annoiata perché sono una piccola capra amante dei film d’azione e pieni di sbam, boom e così via, o al massimo delle commedie.

Voto finale: 6,5\10


mercoledì 30 ottobre 2013

Il quinto potere - The Fifth Estate (più considerazioni varie)


Devo dire che io vado spesso al cinema, troppo spesso. Oltre ad amare i film stessi, amo il concetto di fare il biglietto, controllare se ci sono i nuovi numeri-omaggio di Best Movie, prendere i pop-corn, sedermi in sala – spesso nei posti non assegnatimi – gustarmi i trailer in santa pace, e poi guardarmi il film. Anche andare al bagno durante la pausa è diventato un rituale ormai indispensabile.
Questo mi porta ad andare spesso al cinema a vedere dei film veramente buoni, ad andare altrettanto spesso a guardare film mediocri e a volte, anche se mi vergogno a dirlo, alcune vere e proprie schifezze. Questo weekend ho fatto l’enplein e sono andata al cinema sia di sabato che di domenica sera. Ho scelto il film del sabato sera, Il quinto potere, con una certa noncuranza, sapendo che parlava del fenomeno di WikiLeaks, ma senza documentarmi troppo su che genere di film fosse e su come fosse stato valutato. Il film della domenica sera è stato invece Giovani ribelli – Kill your darlings, e devo dire che era stato ben selezionato, dopo aver visto il trailer e aver scoperto che trattava della vita di alcuni scrittori della beat generation (non so molto di loro, ma quel periodo mi affascina un sacco).
Come dovevo facilmente aspettarmi: ho adorato Quinto potere ed ho trovato piuttosto insopportabile Giovani ribelli – Kill your darlings.

Procediamo con ordine e parliamo di Quinto potere (The Fifth Estate). Tutti avrete sentito parlare almeno una volta di WikiLeaks, il sito gestito da Julian Assange, che riceve informazioni anonime e poi le carica sul proprio sito web. Il sito è presente sul web dal 2006, ma è dal 2010 che l’organizzazione è diventata famosa per aver diffuso notizie riguardanti alcuni documenti riservati della guerra in Afghanistan e per aver divulgato informazioni confidenziali inviate dalle ambasciate statunitensi al dipartimento di stato degli USA a Washington. Quello che io non sapevo era la storia di come il sito fosse diventato famoso e tanto potente da poter suscitare simili scandali. È bene tenere presente che la pellicola è tratta da due libri: “Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo” di Daniel Domscheit-Berg e “WikiLeaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato”. Il primo è stato scritto da un ex socio dello stesso Assange, sospeso dall’organizzazione nel 2010, per divergenze col il fondatore. Il secondo è stato scritto invece da Luke Harding e David Leigh, entrambi giornalisti del Guardian. Ciò giusto per mettervi in guardia: Julian Assange non fa certo un gran figurone in questo film. E questo è stato uno dei principali motivi per cui la pellicola è stata tanto aspramente criticata. Se devo dire la mia riguardo, bè, da un film tratto da quei libri e diretto da degli Americani (Bill Condon), che cosa potevamo aspettarci? Direi che ovvio che tutte le persone coinvolte nelle pellicola abbiano un po’ il dente avvelenato con Assange, se poi questo sia giusto o meno è un altro discorso.

In ogni caso il film dura 128 minuti (che scorrono benissimo) e inizia con l’incontro fra Julian (un magistrale Benedict Cumbebatch, già visto ne Lo Hobbit e in Star Trek) e Daniel (bravissimo Daniel Bruhl, recentemente visto in “Rush” nei panni di Niki Lauda). Vediamo come Daniel resti subito affascinato dalla personalità travolgente di Assange e come diventi immediatamente un suo leale seguace, rinunciando anche al proprio lavoro e alla propria vita privata con la fidanzata (la svedese Alicia Vikander). Nel frattempo vengono assunti altri tre collaboratori, ma per Daniel inizia un periodo di diverbi con Julian. I problemi iniziano a farsi seri quando Assange riceve molte informazioni  riguardanti la guerra in Afghanistan, gli USA e i loro “pettegolezzi” diplomatici.
Il film mi è piaciuto moltissimo, è forse un po’ confusionario e non aiuta ricostruire la storia dal principio – come invece speravo. L’utilizzo di diverse scene metaforiche e di alcuni flashback non aiuta ad avere un quadro più delineato, ma ha il pregio di rendere lo spettatore più partecipe della vicenda.

Capisco le numerose critiche causate dalla faziosità del film. Devo dire che prima di vedere la pellicola avevo soltanto una vaga idea della storia di WikiLeaks e ritenevo Assange un eroe e il dipartimento degli esteri degli Stati Uniti un branco di delinquenti – passatemi i termini non esattamente corretti.
Adesso la penso un po’ diversamente, e mi sono posta alcune domande – quelle che si pone Daniel e che si pongono i giornalisti del Guardian – di misura etica. Ho avuto una formazione umanistica e basata sulla comunicazione, e da aspirante giornalista mi viene naturale chiedermi perché mai non si debba prestare attenzione ai dati sensibili che potrebbero creare difficoltà alle persone. I giornalisti hanno il dovere di farlo, e se non vi prestano attenzione possono essere denunciati. L’haker è un lavoro ben diverso da quello del giornalista – ben più difficile, ne prendo atto – e l’assenza di una formazione al riguardo si è dimostrata uno dei principali problemi delle nuove tecnologie e della diffusione spropositata di notizie che si possono trovare in rete ai giorni d’oggi.

Assange ha ovviamente descritto il film come un atto di propaganda, ma nonostante questo ha accettato di avere una corrispondenza con Cumberbatch, il quale ha voluto ribadire che WikiLeaks ha soltanto fatto un grande favore al mondo. A detta di Assange, Dreamworks e Disney – che hanno prodotto il film – non lo hanno consultato in nessun modo, ma ha voluto comunque complimentarsi con Cumberbatch per il tentativo di migliorare lo script e l’immagine di lui che sarebbe apparsa agli spettatori.
(Qui sotto le immagini degli attori, a sinistra, e dei veri Assange e Domscheit-Berg a destra).



      
Mi rendo conto che in questo articolo ho recensito ben poco e ho dato più spazio ai miei pensieri personali riguardo al cinema in generale e all’associazione WikiLeaks, ma sono stata talmente presa dalla questione da lasciare il tono oggettivo per assumerne uno ben più soggettivo – forse troppo, è vero. Non so se da questo articolo sia facile dedurre i miei pensieri al riguardo, in realtà non so nemmeno io “da quale parte” stare. Ho apprezzato il film e il fatto che mi presentasse un altro punto di vista da quello che avevo sempre, superficialmente, abbracciato, tuttavia capisco anche le ragioni di Assange e i suoi motivi per voler fare continuare il sito, e la sua ira verso chi l’ha dipinto come un folle egocentrico.

Foto finale: 8\10               


giovedì 17 ottobre 2013

Cattivissimo me 2


Cattivissimo Me 2 è carino, non riesco a trovare un altro termine per definirlo. È un film dolce, simpatico e buffo; certo se ci aspettiamo quell’umorismo più adulto tipico di cartoni animati come Shrek, bè, possiamo dimenticarcelo. Se lo prendiamo per quello che è, ovvero una storia per bambini, buonista e simpatica, con qualche sprizzo di divertimento anche per gli adulti, è più che apprezzabile.
Il protagonista Gru non è più cattivo, e trascorre le sue giornate occupandosi delle bambine (Edith, Margo e Agnes) e organizzando la produzione di marmellata nel suo laboratorio, un tempo sede di complotti malvagi. I minion sono ormai diventati operai, “donne” delle pulizie e babysitter tuttofare, e tutto sembra scorrere per il meglio almeno fino a quando la Lega Anti Cattivi chiede a Gru di indagare su cosa ci sia dietro alla scomparsa di un laboratorio nel Circolo Polare Artico, dove si trovava un siero capace di trasformare qualsiasi essere in terribili bestie viola.
A fianco del protagonista Gru (Max Giusti) troviamo la sbadata spia Lucy Wilde (dalla voce terribilmente fastidiosa, infatti la doppiatrice italiana è Arisa), e alcuni nuovi personaggi, come il messicano Eduardo e il figlio Antonio, e qualche antipaticissima mamma degli amichetti delle ragazzine.

Un commento a parte è necessario per quanto riguarda i minion. I piccoli aiutanti gialli di Gru hanno più spazio in questo sequel, e sono a dir poco eccezionali. Sono stupidi, divertenti ed espressivi (nonostante non parlino), e varrebbe la pena guardare il film soltanto per loro. A dire il vero, io sono andata a guardare il film soltanto per loro, e non me ne pento assolutamente. Nella seconda metà del film sono quasi protagonisti, e ovviamente questa è la parte migliore. Nel 2015 è prevista l’uscita di uno spin-off dedicato interamente a loro, e mi viene da dire FINALMENTE. Sì, perché almeno potrò guardarmi le loro avventure senza dovermi sorbire anche quelle di Gru e delle ragazzine.



La colonna sonora è composta da Heitor Pereira, e voi direte: e chi è? Bella domanda, non ne ho idea, ma Wikipedia dice così. Ci sono anche alcuni pezzi conosciuti, come l’intramontabile YMCA (con tanto di balletto fatto dai minion!) e Another Irish Drinking Song.

Il film è un tantino scontato, siamo tutti perfettamente d’accordo, ma d’altronde è un film da bambini. Non è serio o eccezionale, ma è comunque piacevole. E gli sketch con i minion sono assolutamente la parte migliore di tutti i 98 minuti di film.


Voto finale: 7.5\10 (se ci fossero stati solo i minion gli avrei dato un 9, se non ci fossero stati affatto, un 6)

martedì 15 ottobre 2013

Rush



Rush è un piccolo capolavoro. Anzi, diciamo pure che è un grande capolavoro. Le mie conoscenze a proposito di corse automobilistiche, di macchine in generale e di Formula Uno sono pressoché pari a zero, ma le due ore di film (123 minuti, per l’esattezza) sono a dir poco volate.
Penso che tutti abbiano sentito parlare almeno qualche volta del campione Niki Lauda (Daniel Bruhl), ma personalmente non avevo la più pallida idea di chi fosse James Hunt (Chris Hemsworth). Il film ci mostra il primo incontro dei due piloti nel 1970, durante un campionato di Formula 3, ed è subito evidente la differenza fra i due personaggi: tanto serio e poco socievole Lauda, quanto è spericolato e amante della bella vita Hunt.

La carriera dei due continua su due binari paralleli, fino a quando qualche anno dopo non si incontrano di nuovo, entrambi gareggianti in Formula Uno, Lauda per la Ferrari e Hunt inizialmente per la Hesketh e successivamente per la McLarens. A questo punto la rivalità fra i due diventa sempre più acuita, fino al tragico incidente del 1976 nel vecchio circuito del Nurburgring Nordschleife, in Germania, che costerà quasi la vita a Niki Lauda.

La storia è nota a tutti, e raccontata così perde di smalto: Rush è un film che va visto e capito per essere apprezzato al cento per cento. E non vi deluderà: la storia è interessante e l’introspezione dei personaggi è a dir poco ben sviluppata.

L’interpretazione di Chris Hemsworth e Daniel Bruhl è ottima, e la loro somiglianza con i personaggi reali è incredibile. Di seguito le immagini: gli attori sono ovviamente più belli, ma sfido chiunque a dire che sono molto diversi dagli originali.

                                

La colonna sonora è gestita da Hans Zimmer, che difficilmente segna un colpo sbagliato, con l’aggiunta di alcuni pezzi rock degli anni ’70 (tra i quali The Rocker di Thin Lizzy, Fame di David Bowie e Gimme Some Lovin di Steve Winwoord).

In conclusione: un bellissimo film, ben fatto, ben articolato e ben sviluppato. Persino l’ombroso Niki Lauda (quello vero) non ha avuto molto da ridire.

Voto finale: 8.5\10

 English Version

Rush is a little masterpiece. No, let me say that it’s just a masterpiece. I know nothing about car racings, about cars and Formula 1, but 2 hours of film (123 minutes) literally ran away.
I think everybody heard at least once about the champion Niki Lauda (Daniel Bruhl), but I didn’t know who was James Hunt (Chris Hemsworth). The film shows us the first meeting of the two pilots in 1970, during a Formula 3 championship, and the difference between the two men is obvious. Lauda is serious and not very social, while Hunt is crazy and loves the worldliness.

The two men’s career goes on, and after some years they meet again in Formula 1; Lauda works for Ferrari, and Hunt first for Hesketh, and then for McLarens. Now the rivality between them is always more acute, until the tragic accident of 1976, in the old Nurburgring Nordschleife circuit, in Germany, where Niki Lauda almost died.

Everybody know the story, but Rush is a film which must be seen and understood to be liked. It won’t disappoint you: the plot is interesting and the characters’ introspection is really well developed.
Chris Hemsworth and Daniel Bruhl are two amazing actors, and they are very similar to the real historical characters
Here you can see some pictures: the actors are, of course, more attractive but you can’t say that they are too different to James Hunt and Niki Lauda.

                           


The soundtrack is handled by Hans Zimmer, who is always very good, with some rock songs from the 70s (The Rocker by Thin Lizzy, Fame by David Bowie and Gimme Some Lovin by Steve Winwoord).
In conclusion: a beautiful film, well developed and well structured. Even the suspicious Niki Lauda (the real one) had not so much to complain about it.

Final grade: 8.5\10

martedì 17 settembre 2013

Elysium


2154: la Terra è completamente contaminata da radiazioni e gas nocivi all’uomo, e pochi ricchi fortunati vivono in una stazione satellitare poco distante, chiamata Elysium.

Nei 109 minuti di durata del film apprendiamo che su Elysium non si invecchia né si muore, ed è possibile guarire completamente da qualsiasi malattia grazie ad alcune apposite capsule mediche. Sulla Terra la situazione è allo sbando, la malavita gestisce ogni affare, i malati sono sempre di più e le persone sono spesso costrette a sostenersi con lavori durissimi e sottopagati. Le astronavi che cercano di portare gruppi di disperati su Elysium vengono spesso fatte esplodere prima che possano arrivare alla stazione satellitare, e i pochi fortunati che riescono a raggiungerla vengono subito riportati sulla Terra.

Max Da Costa (Matt Damon) vive a Los Angeles, è stato cresciuto in un orfanotrofio gestito da suore ispano-americane e si guadagna da vivere lavorando ad una fabbrica per la costruzione di droidi poliziotti. Quando riceve una dose troppo massiccia di radiazioni e gli vengono diagnosticati solo cinque giorni di vita, decide di scappare dalla Terra per raggiungere Elysium, coinvolgendo nel suo tentativo anche l’amica d’infanzia Frey (Alice Braga). Quello che Max ignora è che il suo desiderio di salvarsi la vita lo porterà ad immischiarsi in affari politici molto più grandi di lui, e che le sue azioni metteranno in gioco il destino di tutti gli abitanti di Elysium e della Terra.

Dopo il successo di District 9, i produttori di Elysium hanno voluto cimentarsi di nuovo nel genere distopico. Il tentativo è buono, ma non magistrale come il trailer lasciava intendere: molti fatti accadono in modo veloce e confusionario, non si riesce a capire come mai la Terra sia ridotta in certe condizioni e come sia stata la vita di Max dall’infanzia all’età adulta.

Certe riprese risultano un po’ fastidiose proprio per gli occhi, e trovo che ci sia stato un abuso di immagini cruente senza un reale motivo per inserirle. Sangue, facce distrutte…  La trama sarebbe stata comprensibile anche senza tutte queste scene splatter totalmente gratuite.
L’interpretazione di Jodie Foster è davvero ottima, così come quella di Matt Damon, ma ho avuto l’impressione che il film puntasse ad essere “qualcosa di più” di una semplice storia fantascientifica, come di fatto è stata.

Ammirevole è stato il tentativo di fare una critica sulla società moderna: come ha detto il regista, anche se si parla di un ipotetico futuro, il film vuole analizzare i problemi della società attuale. I profughi terrestri che cercano di scappare verso Elysium e che vengono sparati e condannati per questo, ricordano i tanti immigrati che cercano una condizione migliore in Paesi più fortunati, e che spesso incontrano la morte proprio durante il viaggio che dovrebbe condurli verso un futuro migliore. Che la pellicola ci serva quindi da monito e ci aiuti a riflettere sui veri problemi che affliggono la nostra società nel 2013.

Voto finale: 7\10

 English Version (full of mistakes, again)

2154: the Earth is contaminated  by radiations and harmful gases, and only some lucky rich people can live on a space station called close to the Earth, Elysium.  

On Elysium it’s not possible to get old or die, and it is possible to heal totally from every disease, tank to some special man-sized medical devices called Med-Bays. On the Earth the situation it’s adrift, the crime organizes everything, there are always more sick people and people are often obliged to survive doing hard and underpaid jobs. The space ships which try to bring groups of desperate people on Elysium  often explode before they can reach it, and the lucky people who can go there are brought again on the Earth.

Max Da Costa (Matt Damon) lives in Los Angeles, he has grown-up in an orphanage managed by some Hispanic nuns and he earn some money working in a factory which produces cop-robots. When he comes in contact with too many radiations and they tell him he has only 5 days to live, he decide sto leave the Earth to go to Elysium, including in his try also his old friend Frey (Alice Braga). Max doesn’t know that his will to save his life will bring him in the middle of many big political business, and that his behavior will involve the future of all the inhabitants of Elysium and the Earth.

After the good reception of District 9, Elysium’s producers wanted to try something new with a dystopia. It’s a good try, but it’s not as amazing as the film let understand: many scenes are too fast and confusing, we can’t understand why the Earth is so contaminated and how it was Max’s childhood.

Some shots are a bit annoying for the specatator’s eyes and I think there are too many bloody pictures, without a real reason to use them. Blood, distroyed faces… The plot would have been easy to understand also without all these splatter scenes.

Jodie Foster’s performance is really very good, as Matt Damon’s one, but I had the feeling the film wanted to be something more than a typical sci-fi story, as it was.
I really appreciate the try to criticize our modern society: as the director claimed, even if we are talking about an hypothetical future, the film wants to analyze the problems of our society. The refugees who tries to escape from the Earth to go to Elysium who are shot and condemned for that reminds us of the many immigrants who are looking for a better future in other countries, and who often die during the journey which should bring them to a better future.
I hope the film can be a warning and can help us thinking about the problems of our 2013 society.

Final grade: 7\10

lunedì 9 settembre 2013

Shadowhunters - Città di Ossa\The Mortal Instruments: City of Bones

                                                 

Rallegriamoci: Shadowhunters non diventerà il nuovo Twilight. Non lo si può certo definire un film da premio Oscar, ma quantomeno ha una trama, dei personaggi che fanno qualcosa e non si limitano a guardarsi negli occhi e ad avere espressioni tristi, e la storia d’amore non è l’argomento principale della vicenda.  
Certo, gli ingredienti per renderlo un film da ragazzine ci sono tutti: abbiamo un mondo parallelo fatto di demoni, vampiri e licantropi, la protagonista Clary ha quindici anni e si scopre da un momento all’altro una specie di eroina, c’è ovviamente un migliore amico che le muore dietro (ma sono stata l’unica a non avere mai migliori amici follemente innamorati di me? Dai film che vediamo negli ultimi anni sembra quasi obbligatorio), un ragazzo bellissimo e misterioso che fa l’odiosetto ma che sotto sotto è innamorato di lei…
Tuttavia c’è anche una trama abbastanza avvincente:  la mamma di Clary scompare, e la ragazza si trova improvvisamente catapultata in un mondo fantastico di cui non aveva mai sospettato l’esistenza. Scopre quindi il mondo degli Shadowhunters, i cacciatori di demoni, dai quali si rifugerà nell’attesa di scoprire cosa è successo a sua madre e come salvarla.
Il cast è quasi interamente Britannico e Irlandese, con l’aggiunta di qualche Canadese, e viene spontaneo chiedersi perché, dato che il film è ambientato a New York. Ho deciso di non pormi troppe domande e di accettare di buon grado questa decisione dalla regia, e non vedo l’ora di vedere il film originale per sentire un po’ di adorabile accento British.

Lily Collins (Abduction, Biancaneve, Stuck in Love), nonostante abbia 24 anni e interpreti la quindicenne Clary, riesce a cavarsela piuttosto bene: è brava, carina e convincente. Bella prova, Lily!

Jamie Campbell Bower (Sweeney Todd, The Twilight Saga, Harry Potter e i doni della Morte, Anonymous) è semplicemente bellissimo, e questo magari aiuta a sopportare la sua faccia da schiaffi da piccolo bulletto, anche se in realtà ha già 25 anni. Passate di moda le espressioni sofferenti alla Edward, ora dobbiamo sopportare quelle di Jace, ma almeno il ragazzo sa recitare e non risulta fastidioso o grottesco.

Lena Headey (Cersei in Game of Thrones) è stata una piacevole rivelazione: non sapevo che fosse Inglese, e non l’avrei mai riconosciuta, ma è incredibilmente simile alla Collins, e quindi molto credibile come sua madre.

Buona anche l’interpretazione degli Irlandesi Robert Sheehan, Jonathan Rhys-Meyers e Aidan Turner: da quando in qua gli Irlandesi sono diventati un popolo di attori? Be’, non so quando sia successo, ma evidentemente ci sono riusciti.
 Passiamo adesso agli aspetti negativi: la colonna sonora non è spiacevole, ma a volte è decisamente inopportuna, quasi casuale. Ovviamente non è curata da grandissimi artisti – cito soltanto Jessie J e Demi Lovato – ma dato il tipo di pubblico a cui si rivolge poteva andare ben peggio.
Oltre a questo, il film è troppo veloce e confusionario. Gli elementi più salienti del libro ci sono tutti, ma sono spesso “tirati via”, diverse scene avvengono in modo completamente diverso rispetto alla storia originale, ma in compenso allo spettatore vengono date diverse informazioni che si vengono a scoprire soltanto nei libri successivi, e non si riesce proprio a capire il motivo di questa decisione dalla regia. Hanno concentrato tutto in un’ora e mezzo di film, mentre avrebbero potuto prendersi benissimo una mezz'oretta in più per rendere la vicenda più chiara.
Concludendo: film piacevole e meno sciocco del previsto, buoni effetti speciali, talvolta davvero inquietante (la scena della bambina\demone… Sto ancora tremando).
Bene, a questo punto non ci resta che attendere i sequel!

Voto finale: 7,5\10

 English version (probably full of mistakes)

Be happy: The Mortal Instruments won’t be the next Twilight. I can’t say that it’s a film which deserves the Oscar, ma at least it has a plot, some characters who do something and don’t just look each others in the eyes and look sad, and the love story is not the main point of the plot.
Of course, we have all the ingredients for a teen-movie: a corresponding world with demons, vampires and were-wolves, the protagonist Clary is 15 and she suddenly becomes a hero, there’s a best friend who is in love with her (was I the only one without any best friends in love with me? From the teen-movies of the last years it seems so), an attractive and mysterious guy who is annoying but who actually loves the protagonist…
But we also have a quite compelling plot: Clary’s mum disappears, and the girl comes across a fantasy world she didn’t know. She discovers the Shadowhunters world, demons hunters, where she will seek refuge while she will be waiting what happened to her mum and how to save her.
The cast is almost all British and Irish, with some Canadians, and to be honest I’m wondering why, since the film is set in New York City. I have to say I’m glad of this decision, and I can’t wait to watch the original film in English to hear some lovely British accent.

Lily Collins (Abduction, Mirror Mirror, Stuck in Love), although she is 24 and she performs as the 15 year-old Clary, she is quite good: she has some talent, she’s cute and really impressive. Good try, Lily!

Jamie Campbell Bower (Sweeney Todd, The Twilight Saga, Harry Potter and the Deathly Hallows, Anonymous)  is simply beautiful, and that’s a good help to stand his bully-face, even if he is already 25. After Edward’s suffering faces, now we have to stand Jace’s ones, but at least this guy is a good actor and he’s not annoying or ridiculous.

Lena Headey (Cersei in Game of Thrones) was a pleasant revelation: I didn’t know she was British and I would have never recognized her, but she is very similar to Collins, and really credible as her mother.

Good performance also for the Irish Robert Sheehan, Jonathan Rhys-Meyers e Aidan Turner: when did the Irish become an actors’ country? Well, I don’t know when it happened, but they are really very good.

Let’s talk about the negative aspects: the soundtrack is not unpleasant, but sometimes it is really inappropriate, almost accidental. Some of the artists who played it are Jessie J and Demi Lovato – not the best singers ever, I know – but if we consider the kind of audience of the film, it is not so bad.
Moreover, the film is too fast and messy. The most important parts of the book are all in the film, but they are often not very explained, many scenes are different from the original plot, but at the same time the audience have some information which should discover only in the following books. The director put everything in one and half hour, but they could have made it thirty minutes longer to explain many things better.
In conclusion: the film is pleasant and less silly than I expected, there are good special effects and sometimes it is really creepy (the demon\child is seriously terryfing).
Well, now we just have to wait for the sequels!

Final grade: 7.5\10