Devo dire che io vado spesso al cinema, troppo spesso. Oltre
ad amare i film stessi, amo il concetto di fare il biglietto, controllare se ci
sono i nuovi numeri-omaggio di Best Movie, prendere i pop-corn, sedermi in sala
– spesso nei posti non assegnatimi – gustarmi i trailer in santa pace, e poi
guardarmi il film. Anche andare al bagno durante la pausa è diventato un
rituale ormai indispensabile.
Questo mi porta ad andare spesso al cinema a vedere dei film
veramente buoni, ad andare altrettanto spesso a guardare film mediocri e a
volte, anche se mi vergogno a dirlo, alcune vere e proprie schifezze. Questo
weekend ho fatto l’enplein e sono andata al cinema sia di sabato che di
domenica sera. Ho scelto il film del sabato sera, Il quinto potere, con una certa
noncuranza, sapendo che parlava del fenomeno di WikiLeaks, ma senza
documentarmi troppo su che genere di film fosse e su come fosse stato valutato.
Il film della domenica sera è stato invece Giovani ribelli – Kill your
darlings, e devo dire che era stato ben selezionato, dopo aver visto il trailer
e aver scoperto che trattava della vita di alcuni scrittori della beat
generation (non so molto di loro, ma quel periodo mi affascina un sacco).
Come dovevo facilmente aspettarmi: ho adorato Quinto potere
ed ho trovato piuttosto insopportabile Giovani ribelli – Kill your darlings.
Procediamo con ordine e parliamo di Quinto potere (The Fifth
Estate). Tutti avrete sentito parlare almeno una volta di WikiLeaks, il sito
gestito da Julian Assange, che riceve informazioni anonime e poi le carica sul
proprio sito web. Il sito è presente sul web dal 2006, ma è dal 2010 che
l’organizzazione è diventata famosa per aver diffuso notizie riguardanti alcuni
documenti riservati della guerra in Afghanistan e per aver divulgato
informazioni confidenziali inviate dalle ambasciate statunitensi al
dipartimento di stato degli USA a Washington. Quello che io non sapevo era la
storia di come il sito fosse diventato famoso e tanto potente da poter
suscitare simili scandali. È bene tenere presente che la pellicola è tratta da
due libri: “Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel
sito più pericoloso del mondo” di Daniel Domscheit-Berg e “WikiLeaks. La
battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato”. Il primo è stato
scritto da un ex socio dello stesso Assange, sospeso dall’organizzazione nel
2010, per divergenze col il fondatore. Il secondo è stato scritto invece
da Luke Harding e David Leigh, entrambi giornalisti del Guardian. Ciò giusto
per mettervi in guardia: Julian Assange non fa certo un gran figurone in questo
film. E questo è stato uno dei principali motivi per cui la pellicola è stata
tanto aspramente criticata. Se devo dire la mia riguardo, bè, da un film tratto
da quei libri e diretto da degli Americani (Bill Condon), che cosa potevamo aspettarci? Direi che
ovvio che tutte le persone coinvolte nelle pellicola abbiano un po’ il dente
avvelenato con Assange, se poi questo sia giusto o meno è un altro discorso.
In ogni caso il film dura 128 minuti (che scorrono benissimo) e inizia con l’incontro fra Julian (un
magistrale Benedict Cumbebatch, già visto ne Lo Hobbit e in Star Trek) e Daniel
(bravissimo Daniel Bruhl, recentemente visto in “Rush” nei panni di Niki Lauda). Vediamo
come Daniel resti subito affascinato dalla personalità travolgente di Assange e
come diventi immediatamente un suo leale seguace, rinunciando anche al proprio
lavoro e alla propria vita privata con la fidanzata (la svedese Alicia Vikander). Nel frattempo vengono
assunti altri tre collaboratori, ma per Daniel inizia un periodo di diverbi con
Julian. I problemi iniziano a farsi seri quando Assange riceve molte
informazioni riguardanti la guerra in
Afghanistan, gli USA e i loro “pettegolezzi” diplomatici.
Il film mi è piaciuto moltissimo, è forse un po’
confusionario e non aiuta ricostruire la storia dal principio – come invece speravo. L’utilizzo
di diverse scene metaforiche e di alcuni flashback non aiuta ad avere un
quadro più delineato, ma ha il pregio di rendere lo spettatore più partecipe
della vicenda.
Capisco le numerose critiche causate dalla faziosità del
film. Devo dire che prima di vedere la pellicola avevo soltanto una vaga idea
della storia di WikiLeaks e ritenevo Assange un eroe e il dipartimento degli
esteri degli Stati Uniti un branco di delinquenti – passatemi i
termini non esattamente corretti.
Adesso la penso un po’ diversamente, e mi sono posta alcune
domande – quelle che si pone Daniel e che si pongono i giornalisti del Guardian
– di misura etica. Ho avuto una formazione umanistica e basata sulla
comunicazione, e da aspirante giornalista mi viene naturale chiedermi perché mai
non si debba prestare attenzione ai dati sensibili che potrebbero creare
difficoltà alle persone. I giornalisti hanno il dovere di farlo, e se non vi prestano attenzione possono essere denunciati. L’haker è un lavoro ben diverso da quello del
giornalista – ben più difficile, ne prendo atto – e l’assenza di una formazione
al riguardo si è dimostrata uno dei principali problemi delle nuove tecnologie
e della diffusione spropositata di notizie che si possono trovare in rete ai
giorni d’oggi.
Assange ha ovviamente descritto il film come un atto di
propaganda, ma nonostante questo ha accettato di avere una corrispondenza con
Cumberbatch, il quale ha voluto ribadire che
WikiLeaks ha soltanto fatto un grande favore al mondo. A detta di Assange,
Dreamworks e Disney – che hanno prodotto il film – non lo hanno consultato in
nessun modo, ma ha voluto comunque complimentarsi con Cumberbatch per il
tentativo di migliorare lo script e l’immagine di lui che sarebbe apparsa agli
spettatori.
(Qui sotto le immagini degli attori, a sinistra, e dei veri Assange e Domscheit-Berg a destra).
Mi rendo conto che in questo articolo ho recensito ben
poco e ho dato più spazio ai miei pensieri personali riguardo al cinema in
generale e all’associazione WikiLeaks, ma sono stata talmente presa dalla
questione da lasciare il tono oggettivo per assumerne uno ben più soggettivo –
forse troppo, è vero. Non so se da questo articolo sia facile dedurre i miei
pensieri al riguardo, in realtà non so nemmeno io “da quale parte” stare. Ho
apprezzato il film e il fatto che mi presentasse un altro punto di vista da
quello che avevo sempre, superficialmente, abbracciato, tuttavia capisco anche
le ragioni di Assange e i suoi motivi per voler fare continuare il sito, e la
sua ira verso chi l’ha dipinto come un folle egocentrico.
Foto finale: 8\10
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